Carissimo
Intanto grazie per avermi invitato offrendomi quindi l’occasione di incontrare vecchi amici e facendone di nuovi ma soprattutto per godere della tua ospitalità generosa. Un altro grazie a Ivrea per il suo carico di memorie legato alla figura di Adriano Olivetti nelle cui biblioteche di Torino e Roma mi sono formato il particolare gusto per l’architettura che poi ho trovato a New York restandone fulminato (una delle ragioni che mi hanno fatto subito innamorare di quella città poi per altro verso rifiutata come dico nella mia raccolta di racconti dal titolo New York allucinogeni e merletti). Né però posso dimenticare di menzionare il favoloso (per me uomo del Sud) spettacolo delle vette dei monti che sovrastano e fanno da corona a Ivrea, in questo momento spruzzate di neve, così come le vedo dall’ampia finestra del secondo piano del Ritz Hotel, immagino un regalo ulteriore della tua magnanimità. Per quindi concludere con il richiamo che mi ha aiutato a riportare alla mente quel 1973 in cui io e Vira fummo presenti – debbo ritenere inviando delle opere –: sono però avido di conoscere i particolari che pure mi hai promesso. Che dirti dello spazio espositivo da te creato e in cui hai voluto celebrare la poesia visiva (il cui interesse non sembra ancora spento seppure in declino) e con qualche eccezione almeno un libro di artista (quello mio dal titolo Apres le déluge)? Che dirti della Parola che mostra il suo corpo? da te trattata con la consueta raffinatezza di linguaggio nel saggio introduttivo al catalogo quale contributo teorico? Che dirti delle Forme della verbovisualità contemporanea? Uscito fuori di tanto in tanto dal salone dove stavamo consumando la cena (dai discorsi che gli ospiti si andavano facendo e dai bisbigli da un orecchio all’altro stante la quantità di voci e di rumori in quanto un po’ tutti volevamo esprimere la nostra allegria – e qualche rimpianto per coloro che ci avevano lasciato: leggi Miccini, Chiari e Ori – si poteva cogliere un’aria di festa ma c’era bisogno di lasciare una traccia consistente del nostro esserci stati) mi sono avvicinato all’operatore alla cinepresa (Luigi Boschi) che andava raccogliendo dichiarazioni da mettere quindi in rete. È stato verso la fine delle interviste, che già duravano dal pomeriggio, che ho sentito il bisogno di una serie di richiami alle problematiche sollevate dalla moglie di Luciano Caruso come archivista. Ho quindi ripreso il tema della notorietà, cercata dai più anche per problemi di sopravvivenza ma osteggiata da Arrigo Lora Totino in quanto può farne senza, per ricordare come l’Antigruppo, non potendo contare su uno sponsor quale fu Einaudi per i cosidetti Novissimi, è tuttora ignoto ai più, e come invece Leo Castelli fece la fortuna della Pop Art e quella propria. Ho quindi lamentato l’assenza totale di qualsiasi accenno alla Singlossia e alla Apicella che fu il primo – e forse unico, ma ne dubito – teorico di quel genere di poiein il quale postula il vivere e partecipare alla contemporaneità nei suoi continui dinamismi. Ed infine – tra l’ostilità di chi mi ascoltava, sempre più infastiditi perché stavo trasformando le uova in uno zabaione – ho accennato ad un assente di eccezione: il Guglielmo Achille Cavellini. Avessi avuto la tua “notorietà” e la tua autorevolezza sarei stato ascoltato più attentamente cosa che invece è stata riservata a chi aveva avuto occasione di parlare diffusamente di Mail Art o di generi di libri (tra oggetto, d’artista, preziosi ecc…), e di afilosofia. Delle tematiche cui ho accennato sopra spero di poterne parlare più diffusamente con te tra qualche giorno, quando sarò tornato a Palermo e aver lasciato l’albergo dal quale ti scrivo dopo una notte beata per il clima divenuto clemente e per lo scenario (tra verde e neve, curato fino all’inverosimile, mozzafiato: come si direbbe in poesia). Ancora grazie e riceviti il mio abbraccio nonché l’augurio di lunga vita alla Carale.
Ignazio Apolloni