Correre correre correre, non fermarsi per domandare perché, interessante che dal locale di Roma dove si teneva l’assemblea del sindacato scrittori riuscissi a prendere il treno alle sei. In verità il perché esisteva: non pagare un’altra sera di albergo. Così, per risparmiare tre o quattro mila lire, correvo.
Non ho mai perduto un treno, e infatti, con la lingua di fuori, capelli ai vento e sugli occhi, trascinando i bagagli, salii sul vagone diretto a Palermo per scoprire che avrei avuto il tempo di fare uno spuntino e poi di andare a comprare i giornali prima che fosse l’ora della partenza. Allora scesi e mi misi a camminare comodamente. Cambiando rapporto di tempo e di velocità potevo consentirmi di guardare la gente attorno a me. Minchia che naso, mi dissi, e che faccia sottile su quell’uomo magro e strambo. Poi, un baleno: quell’uomo, il più brutto d’Italia, non poteva essere che Edoardo Sanguineti. Sì, era proprio lui, ma perché non l’avevo visto durante l’assemblea? Forse se ne era stato dietro le quinte a tirare i fili con quel suo lungo naso. O forse era troppo compromesso e sistemato, contento, col posto sicuro di letterato professore e dunque i fili li aveva già tirati. Cercai Salvatore Di Marco e Nino Pino che avevano detto di dover prendere quel treno, ma non li trovai. Tornato lì, nel sedile dove avevo posto i miei bagagli, vi trovai seduto proprio lui, Sanguineti.
«Guarda un po’ chi si vede. Proprio tu, cerchiamo almeno di non litigare visto che dobbiamo fare il viaggio insieme». E non litigammo, ma io pensando al suo cono di silenzio di ieri di oggi e di domani lo stuzzicai. Polemica polemica polemica; equilibrio equilibrio e equilibrio, tanto. Equilibrio da persona intelligente intellettuale superiore. Che differenza con noi siciliani grezzi e grossolani!
«Non ti rosicchierò il cranio, né ora né per altri sei mesi, se tu, Edoardo Sanguineti, mi prometti di leggere questo libro, Una possibile poetica per un antigruppo. Poi mandami una risposta, scrivi che cosa ne pensi, lo pubblicherò su Trapani Nuova».
«Caro Scammacca, io sto andando in vacanza a Berlino. Per tutta l’estate non sarò a Salerno; Balestrini, sì, verrà per scrivere il suo libro».
«Attento, Sanguineti — gli dissi — ti do soltanto sei mesi di tempo. Poi verrò a mangiarti vivo, polemica polemica polemica, e porterò con me Terminelli, Natalia e Santo Cali, Alfredo Bonanno, attento! Accetti la sfida?».
«Sì, certo» e si vedeva che misurava la mia mole.
Desiderava che mi togliessi dai piedi a! più presto possibile. Il cono di silenzio ridiscese tra noi. Gli anni passarono e la polvere coprì i nostri corpi; i millenni attraverso spazio e tempo portarono alla deriva i corpi di Scammacca e di Sanguineti e di tanti altri, (si capisce) lentamente.
Roma e Bologna, un filo le unisce nella mia memoria per ciò che ho fatto e ciò che farò.
«Senti, Cane, io ho una roulotte. Un giorno io e te andremo al Nord e romperemo il cono di silenzio, la cappa di piombo che ci hanno messo attorno perché ho congegnato un piano, un piano antigruppo. Crescenzio ascoltami, dobbiamo comprare un altopariante, quanto verrebbe a costare?».
E Crescenzio gonfiando il petto peloso ricco di potenza e forza umana siciliana, grezze radici del Sud: «Non più di cinquanta o sessantamila lire, cosa da niente».
E mia moglie nella stanza gialla di scirocco: «Ma quello romperà tutto, è troppo grosso e rompendo spigoli e sfondando divano riderà: aaahhh».
«Scammacca, quanto l’hai pagata sta cosa? Ma di che cosa è f
atta, di carta velina?».
«Zitta donna, zitta, come posso conquistare il mondo se non mi porto Cane? Vale cinque Sanguineti, sai?».
«O se Terminelli venisse con noi, tu, Crescenzio, che ne dici? I tre elefanti antigruppo alla conquista dell’ Italia. Faremo la marcia antigruppo su Roma, Milano, Bologna ecc…. andremo sotto le finestre dei letterati critici più importanti, in piena notte sveglieremo Carlo Bo, Giuliano Manacorda, Alberto Moravia, Umberto Eco, Giancarlo Ferretti e almeno altri cinquanta di loro, romperemo il cono di silenzio, ci sentiranno, nel sonno e tu griderai e io griderò e Terminelli griderà: «il mare sarà sangue, tu che hai rubato la mia gioventù, i bisogni biologici di Marcuse» e grideremo per Roberto Zito, per Cali, per tutti gli altri antigruppo e finalmente ci sentiranno, «per avermi ridotto schiavo ti faranno cavaliere della repubblica, il giorno che mi ucciderai ti daranno certamente il Nobel», Crescenzio, non potranno più ignorarci quando grideremo «chi sei tu? Benedetti i selvaggi antigruppo, essi odiano il silenzio e l’ordine. Sei tu il perfetto successo ogni volta che stringi il tuo pugno pieno di potere? Dannati siano i critici che dormono tranquilli nei loro letti. Essi hanno anche poltrone comode…».
«Sì, Scammacca, sono con te, verrò con te e porterò mio figlio e mia moglie e le tre figlie femmine e il bambino, ma c’è un problema, dove metteremo mio suocero e mia suocera? Ci vorrà almeno un’altra roulotte. Terminelli forse non verrà, sta girando l’ Italia tutto da solo, Rapallo, Firenze, Milano, Roma… Ma Cali sarà sempre con noi, quello è Santo e ci proteggerà».
(disegno di Nicolò D’Alessandro)
Bologna. Ci eravamo andati per sconfiggere i migliori e sventolare la bandiera degli sprovveduti, degli sconfitti, diciamolo chiaro, come non è capace di dirlo Leonardo Sciascia, dei falliti, gridando: siamo orgogliosi di essere falliti, l’insuccesso è la nostra bandiera perché significa vittoria; il successo compiuto è la morte. Viva l’insuccesso che è vita. E così salimmo a Bologna con tutti i nostri ciclostilati e foglietti volanti e riviste e antologie, io Scanimac, Ignazio Apollioni, Rolando Certa, Carmelo Pirrera, Crescente Can e il nostro angelo custode, Santo Cali. Tutti possono giurare di aver visto Santo Cali nel salone del podestà di Bologna, fece pure il suo discorso, tu Giuliano Manacorda, non lo ricordi? Santo Cali veniva fresco fresco dalla Sicilia, unico delegato, e Pietro Buttitta si sedette, non aveva nulla da dire, e Cali parlò di Yossiph Shyryn e di Mongibeìlo e come è rosso di notte e come pendola l’Italia sulla Sicilia che è centro dell’universo. Finalmente anche Sciascia lo dice ora, il socialismo è l’unica soluzione, il numero uno dei siciliani è Terminelli, anche Sciascia lo dice, è ritornato, è con noi, speriamo che ci resti. Avete sentito l’ultima? Abbiamo incontrato Thor il delegato d’Islanda, fu un momento fantastico a Bologna, durante il pranzo, c’erano tutti gli scrittori d’Italia e il poeta Cane saldo e grosso come Monte Pellegrino. Egli sfidò il vichingo, alto e grosso anche lui, al braccio di ferro. I giganti ce la misero tutta nella competizione, le sedie scricchio lavano, la tavola del buffò si capovolse; i grandi lottavano e tutti gli altri scrittori europei diventarono nani. E Ignazio Buttitta, il nostro cantastorie, prese matita e carta per raccontare le gesta dei giganti isolani. La faccia di Cane diventò rossa e quella di Thor si fece blu, i nani scrittori d’Italia furono presi dai panico e fuggirono, mandando all’aria anche i loro scritti, le bevande si versarono e rivoli di alcolici e analcolici scorrevano per il salone. E poi ce ne andammo in giro per Bologna di notte. Ignazio Buttitta ci condusse a una riunione dove si doveva decidere se il sindacato dovesse rimanere in mano ad Antonino Cremona. Si passò sulla sua testa e l’agnello fu sacrificato. La luna non brillò più sulla Sicilia e sui gelsomini. Ma alcuni si sbandarono, Carmelo e Crescente Can e Thor andarono ancora a bere, un liquore tedesco potente, un super liquore nero. Tre bottiglie. E camminarono ubriachi per le strade di Bologna, amici per la pelle. Un ponte tra la Sicilia e l’Islanda, le due estremità sempre, così sganciate ora tanto unite, «vogliono toglierci il cibo dalla bocca, il pesce è nostro, via di qua con i vostri cannoni e le vostre corazzate». «Avete bisogno di aiuto? Volete Crescente Can? Amici per sempre, Sicilia e Islanda insieme conquisteremo l’Europa, Italia e Inghilterra sotto una nuova bandiera, quella antigruppo. E andavano barcollando e cantavano canzoni d’Islanda e di Sicilia. Thor ordinò una cassata siciliana e si sedette sul marciapiedi a mangiarla e a bere liquore tedesco e intanto scriveva gli avvenimenti. Carmelo Pirrera e Crescenzio Cane lo salutarono, andavano a cercare il loro albergo, gratis grazie al pittore fiorentino, si sarebbero recati poi al palazzo del podestà. Cercarono un mezzo di trasporto e si trovarono in un sottopassaggio e lì fecero presto perché c’era la metropolitana che andava certamente dalle parti dove volevano andare loro, presto, presto e s’imbarcarono. Si sedettero comodamente, pensando a quanto scomodi sono i mezzi di trasporto in Sicilia, e il treno prese velocità. Si fermerà certamente alla fermata del palazzo del podestà, ma i palazzi corrono veloci davanti al treno e poi scompaiono e si videro gli alberi della periferia la campagna.
«Non sapevo che il palazzo del podestà fosse così distante».
«Sai che dì sera a Bologna non si paga biglietto?».
«E allora quello perché chiede i biglietti?».
«Biglietti, prego», dice il controllore.
«Allora non è vero che a Bologna di sera non si paga il biglietto».
«Ma noi, signore, non siamo più a Bologna, fra poco saremo a Firenze; questo è il direttissimo Bologna-Firenze».
Quando l’indomani mattina Crescente e Carme dopo aver pagato il bieglietto Bologna-Firenze e Firenze-Bologna andarono in cerca del loro albergo, trovarono Thor ancora seduto sui marciapiedi che togliendosi dalla barba le ultime briciole della cassata siciliana li apostrofò: «State ritirandovi adesso dal palazzo del podestà?».








