Convinto di avere fatto il pieno, dai viaggi ai piaceri della gola cui avevo attribuito il massimo dei significati per una vita ben spesa, mi stavo adagiando, lasciando andare sempre più, su un letto provvisto di un materasso di piume d’oca e un piumone. Di fronte, un camino che riscalda la stanza; alle pareti fotografie delle mie ex tutte però ormai perdute di vista; a perdita d’occhio attraverso la finestra montagne coperte di neve; rugiada sul prato se la temperatura si è abbassata sicché sconsigliato uscire per fare quattro passi pena un raffreddore. A tenermi compagnia comunque – oltre al micio – ci ho depliants delle agenzie di viaggio, plaquette di versi inediti che ogni giorno mi vengono recapitate dal postino con l’abbandonarle dietro la porta (e con il rischio di trovarle inzuppate ma poco importa perché ne ho da vendere); la bottiglia di latte in frigo ermeticamente chiusa dalla carta stagnola che basta una leggera pressione col pollice per fare schizzare fuori il prezioso liquido (meglio usare dunque un metodo migliore), allorché avverto qualcosa che mi scuote, mi fa uscire dal torpore in cui molto volentieri sono caduto. Cosa sia questo qualcosa è troppo presto per dirlo; si richiede una ulteriore discussione del mio stato di abulia e delle ragioni cui sia da imputare. È infatti così che si procede allorquando bisogna far crescere l’ansiosa attesa di chi ci ascolta o si accinge a leggere un racconto. Di qui la necessità di procedere oltre nella descrizione del topos nel quale attualmente vegeto per poi passare a una fugace indicazione di luoghi in cui ho attuato progetti o realizzato propositi tutti suggeriti, anzi spinti da una sorta di furia talvolta iconoclasta e solo raramente dalla mancanza di alternativa. Ritorniamo allora alla casa in pietra viva, porte in legno parzialmente sconnesso, cane da guardia alla catena (un bulldog più bull che dog viste le dimensioni e la voglia di azzannare chiunque si avvicini con addosso qualcosa di rosso), maiale che liberamente grugnisce nell’aia, galline che starnazzano se inseguite dal gallo. Come si vede ho tutto ciò che mi serve per darmi al riposo più assoluto dopo tante battaglie – alcune vinte, molte altre pure – con questa o quella venus: come io ho sempre definito le aspiranti a un posto di rango nel mio cuore. Bisogna però dire che a tenermi compagnia, oltre ai suoni onomatopeici degli animali di cui sopra (mettiamoci pure quello del tacchino dai barbagli così lunghi da sfiorargli il petto), ci sono un bel mucchio di libri acquistati da tempo ma mai avuto il tempo nemmeno di sfogliarli stante il proficuo interesse dimostrato per i viaggi: specialmente se accompagnati dalla previsione di una cena al lume di candela (che sia di cera, mica di olio son solito chiedere con insistenza al cameriere). Primeggiano dunque, e troneggiano, sulla sedia che mi sta accanto mentre mi godo la pigrizia e frattanto guardo con insistenza un ragno totalmente occupato a districarsi tra tanti fili da lui stesso prodotti con la saliva oppure un geco che manca poco e ci fa un boccone, alcuni volumi di narrativa in verità non troppo voluminosi sebbene tali, pare, da riempire il mio attuale vuoto esistenziale. Sbirciando, mentre vado scrivendo, scopro che uno ha per titolo Madame Bovary (mai sentita nominare), un altro parla di Bouvard e Pécuchet (chi diavolo saranno), il terzo si occuperebbe di Educazione sentimentale (ma io sono troppo arrugginito per simile argomento, più appropriato a ragazzi nel periodo dell’adolescenza). D’istinto mi volto dall’altra parte e inquadro appunto un quadro di quando solevo andare per valli a dorso di mulo e un certo Burri volle che posassi per lui. Attratto da non so bene cosa – forse gli occhi languidi del mulo o forse la baita che mi sta alle spalle in lontananza tanto da non distinguersi se sia una baita o un rifugio alpino – ritorno nel mio solito stato di quiete. Tutt’intorno ovviamente cinguettano uccelli di varie specie, alcuni dei quali hanno trovato conveniente nidificare sul tetto di questa mia magione. Più spesso di quanto non si pensi vengono a riposarsi su quel tetto aironi e fagiani i quali cominciano a tubare per richiamare il compagno o la compagna senza che però la cosa mi disturbi. Frattanto i ciocchi nel camino bruciano, crepitano avvolti dalle fiamme sempre più felici di ridurli in cenere, finiscono a ben pensarci addirittura con lo sprigionare faville. In tanta atmosfera rilassante, di tutto riposo, ecco che mi addormento. Riprenderò la narrazione appena sveglio. Sono, adesso le quattro del mattino. Fuori è ancora buio. Solo il cielo è rischiarato dalle stelle (alcune filanti, tante altre immobili benché si dica che si stiano allontanando le une dalle altre e chi sa dove, in che vuoto, andranno a finire a meno che non debbano spegnersi del tutto prima di scomparire risucchiate in altra parte del cosmo). Tutt’intorno silenzio tranne un raglio in risposta a un nitrito o il gemito di un tronco definitivamente divorato dai tarli che si abbatte, esausto, sulla nuda terra di cui è fatto il sentiero. Quale sia questo sentiero e dove adduca è ancora presto per dirlo; finirebbe la sorpresa, il coup de théâtre. Sono infatti uno che si trincera dietro l’anonimato, non scopre le carte a meno di esservi costretto. Nella situazione in cui mi trovo, però, non corro rischi; a chilometri di distanza non c’è segno di civiltà, né rifiuti né insegne, né linee telefoniche né elettriche. E nemmeno un bar volessi dissetarmi o prendere una sbornia. Debbo ritenere che il mio attuale stato di isolamento volontario, il sopore dopo la tempesta, sia dovuto al pienone fatto di ogni cosa da me, uomo un tempo asciutto adesso con un po’ di epa. Se ciò sia da attribuire agli hamburger frettolosamente ingollati durante tutti gli anni che sono stato scapolo – e tuttora sono scapolo – non ci giurerei considerato i chili di cipolle, le salsine, le fettine di formaggio sgrassato, le pillole energetiche di cui mi sono nutrito (niente tabacco; donne a giorni alterni; tutt’al più durante la settimana qualche birra): tutta roba che aiuta a tenere la linea. Certo, il sabato sera è stato diverso; febbre da sabato sera. Si passa dalla balera dove si balla il liscio (per cominciare) a una sosta nel bar per un doppio Martini e un paio di olivette. Si va quindi a tutto gas e a bordo della decappottabile (compresa radio a tutto volume e con il vento in poppa che fa schizzare ancora di più la Studebacker) verso il drive in per mettersi comodamente sdraiati – io e la pupa appena imbarcata, incontrata nel pub che beve come una spugna – a vedere quanto succede nello schermo mentre io e lei ce la spassiamo. Giova a questo punto ricordare – ovviamente a me stesso – di quella volta che due poliziotti, giunti in sordina, quasi mi accecarono, mi puntarono l’arma, mi frugarono le tasche dopo avermi fatto scendere dalla macchina, mi trovarono senza patente (ma solo perché nella fretta di lasciare l’angustia del tinello dove facevo gli ultimi preparativi: rigorosamente l’ultimo tocco ai capelli brillantati avevo dimenticato di prenderla). In verità era successo più di una volta, mai però che fossi beccato. Quella volta invece la serata finì male malgrado avessi vinto una cospicua somma al bingo. Mi infilarono dentro il cellulare. Mi fecero il lavaggio del cervello: “Chi sei, dove vivi, che lavoro fai, com’è che parli appena appena l’inglese, e chi sono i tuoi amici”. Io di referenze ne avevo poche, tutt’al più quelle del mio datore di lavoro: un omone dagli occhi buoni che mi trattava come un figlio, per il quale facevo il venditore di macchine usate lungo una delle strade più commerciali di Los Angeles che solo per decenza non menziono. Andavamo così d’accordo e d’amore che spesso mi ricompensava con confezioni di bottiglie di birra ma sotto sotto mi passava una busta con un bel mucchio di dollari. Era fatto così. Soffriva di timidezza (e di solitudine, non si era sposato forse perché troppo grasso e forse perché pure impotente). Ciò deduco perché prendeva pasticche di vario tipo traendole da una mezza dozzina di flaconi che teneva in ufficio alcune delle quali promettevano alte prestazioni se prese. Mi risulta però che queste prestazioni non le ebbe mai, o meglio diciamo non ebbe mai a parlarmene, cosa che avrebbe fatto visto il rapporto tra paterno e filiale tra di noi. Si potrebbe obiettare. Ma quando mai un padre ha fatto simili confidenze a un figlio (e viceversa), si tace sempre tra di loro sugli aspetti intimi dell’esistenza se addirittura non si nega persino l’evidenza. Fatto sta che in quattro anni passati con lui a vendergli le macchine usate (andavano forte le Pontiac) non mi fece se non raramente cenno a qualche scappatella innocente risoltasi con appena un bacio. Beh! di baci effettivamente era avido e perché gli riuscissero meglio soleva guardarsi allo specchio. Tra una contrattazione e l’altra – già però iniziata da me ed arrivata a buon punto – storceva la bocca, sembrava facesse boccacce ed invece erano tutte prove per il caso gli fosse capitato di darne. Tutto qui. Poi questo mio datore di lavoro morì, di colpo, lasciandomi sul lastrico e perciò senza neanche la possibilità di poterlo offrire come referenza. In conclusione la polizia mi portò dentro, mi presero le impronte – cosa non avvenuta nemmeno al mio ingresso negli States come clandestino passando dal confine con il Messico – , mi fecero una foto di prospetto e una di profilo, mi accusarono di atti osceni in luogo pubblico e mi diedero il foglio di via. Io però non me ne andai subito. Continuai a vendere macchine, dopo un breve periodo di disoccupazione passato a leggere libri di John Fante e a sognare di finire anch’io a Hollywood. È vero che avevo un naso come quello dell’attore Cagney e perciò sembrava che guardassi in cagnesco; per il resto però ero ben fatto e perciò avrei potuto aspirare ad apparire in qualche particina. È per tale motivo che quando mi trovavo a trattare con un acquirente meno straccione degli altri domandavo se per caso non conoscessero qualcuno del giro. Purtroppo mai una buona notizia, un’occasione da non lasciarsi sfuggire, buttati via i quattro anni di cui ho detto. Anzi una sfortuna senza pari. Si pensi infatti. Un giorno mi manda a chiamare l’ufficio di collocamento. C’è chi cerca un tipino in gamba, scuola media; di lingua sciolta (non importa se contaminata dalla lingua usata nel suo paese perché in questo momento fa chic). Dovrà sottoporsi a un provino. Mezzo dollaro a clic. Prima vestito di tutto punto, poi nudo. Il posto è quello del guardarobiere per una casa cinematografica (non mi dissero quale ma sospettai fosse la XX Century Fox). Orario 8-20 con un’ora di intervallo (esattamente uguale a quello praticato nei saloni all’aperto per la vendita delle macchine usate). Pranzo alla mensa (pranzo tanto per dire perché il menù prevedeva hot dogs, hamburger e patate e solo la domenica chili di carne se il tuo turno prevedeva il lavoro di domenica). Come che sia non se ne fece niente in quanto per errore avevano invitato anche un altro, un armeno che vidi uscire mentre io entravo in campo. Si scusarono, ma io che me ne facevo delle loro scuse. Avevo cominciato a sperare che una volta entrato nel guardaroba sarei finito sicuramente – data la mia capacità nel camuffarmi – in uno degli interni dove si era girato un pezzo di Via col vento. Adesso invece non mi restarono che gli occhi per piangere. E piansi come un bambino cui sia sfuggito di bocca il biberon. Il resto è cosa nota, l’ho scritto altrove. Meglio allora ritornare nella mia baita di montagna per smaltire la voglia di non esserci temporaneamente in questo mondo; godermi il silenzio e qualche lampo (con la speranza che arrivi il lampo di genio). A quel punto torno in Messico, attraverso di nuovo clandestinamente il confine e tento la carta della cinematografia. Ormai le referenze ce l’ho, non mi manca la capacità di recitare perché ho seguito un regolare corso a Cinecittà, l’ambizione è cresciuta a dismisura. Fui aiutato dalla fortuna (e poi dicono la fortuna!). Ebbi un incidente con la Studebacker, colpa mia. Al volante dell’altra macchina c’era Shelley Winters. Mi prese a ben volere, mi presentò a un paio di produttori. Ed è così che entrai nel gotha degli attori più famosi dovendomi soltanto lamentare che da quel fatidico giorno in poi la mia biografia venne falsata di necessità, così come il mio nome e cognome.
Ignazio Apolloni