C’è un uomo in fuga… …da schemi, convenzioni e ammiccamenti al lettore. Un instancabile affabulatore che non conosce mezze misure Innanzitutto il coraggio: «sono stra¬namente disinteressato alle cose che succedono da questa parte del mon¬do». Ignazio Apolloni, classe ‘32, scrit¬tore, “occasionalmente” avvocato – con quarant’anni di professione alle spalle – tra i padri fondatori dell’Antigruppo pa¬lermitano dei fine ‘60, quando le avanguardie si combattevano in un fazzolet¬to, e nonostante tutto si poteva parlare di posizioni opposte e lontananze siderali, lo dice e lo pensa. I fatti siciliani lascia¬no il tempo che trovano; l’ombelico del mondo non è qui, almeno non per lui. Lo dice e lo pensa, a modo suo: svagato, sur¬reale ma contundente. Prima ancora si ca¬pisce leggendo i suoi libri che non sono mai brevi, né tanto meno semplici, ma corrono all’impazzata per pagine e pagi¬ne, e si alimentano di viaggi nei quattro continenti, salti nel tempo, intrecci bal¬lerini, schemi in frantumi e personaggi in esilio. Nell’81, l’esordio, con la raccolta Favo¬le per adulti, che mescola i generi e se¬mina per strada la morale. Tra i tanti per¬sonaggi, c’è anche un uovo, capitato ma¬lissimo nelle stanze dello zar, durante la rivoluzione d’ottobre. È un’arma spun¬tata ma efficace, perché – l’autore docet – per mettere in scacco il potere niente è meglio della beffa. Sembra un interludio da poco, l’avventuretta del popolo bue che inforca l’albume sodo nella baionet¬ta per vendicare secoli di sangue nella steppa, e invece lo legge Italo Calvino, lo recensisce sulla rivista letteraria Il Caffè e si mette pure a scherzare su un certo “Apollonovic”, pericoloso sovversivo. Quattordici anni e molti racconti dopo, la rivoluzione, se non proprio conclusa, è quantomeno finita in soffitta. C’è molto altro da scrivere, ricordi da cavare come denti doloranti, e una montagna di libri sulla storia ebraica, che Apolloni dichia¬ra di conoscere in tutti i suoi misteriosi anfratti di castigo e provvidenza. Nel ‘95 tutto torna con Gilberte, 500 fa¬scinose pagine che sul pretesto universa¬le dell’amore e della perdita edificano una cattedrale di storie, un’epica turbinosa di citazioni dotte e passioni giovanili. De¬dicato a un incontro di quarant’anni fa, inquietudine e capelli scuri, quando Israe¬le era ancora la terra promessa. Un romanzo d’altri tempi, enciclopedi¬co, impastato con un linguaggio che l’av¬vocato non osa mai lasciare al caso, «per¬ché io ho il vizio di chiedermi sempre se quello che ho in mente è già stato fatto. Sono convinto che è ancora possibile, e anzi necessario, trovare nuove strade». A margine di queste architetture, che sfi¬dano il lettore a montare la guardia, ma senza troppo puntiglio, l’autore insiste nel ruolo dell’impopolare: «Non penso mai a chi legge, non voglio compiacerlo. Non mi interessa che capisca, mi basta che si diverta». Di sicuro non è ruffiano. E neanche scaramantico. Perché, invece di fare il prezioso, snocciola con gran do¬vizia i particolari delle prossime pubbli¬cazioni: a dicembre uscirà il suo secon¬do romanzo-fiume, Ruby la rossa, pelle¬grinaggio civile e psicologico di una ra¬gazza berbera che, nel ripiego di un rimpatrio in Marocco, incrocia la lotta delle donne algerine. Poi, il prossimo anno, do¬po le raccolte dal titolo Racconti patafisici e pantagruelici e Dalla parte del mare, tornerà alla forma breve con un ‘antologia di storie sul suo periodo americano, un anno a New York e quattro a Los Angeles, tra i barbiturici della Monroe, l’omicidio Kennedy, i postumi della sbornia maccartista, quando «la parola “socialismo” era impronunciabile». Vulcanico, curioso, disarmante, un mar¬ziano a Palermo, a suo modo uno straniero che tuttavia non ha mai voluto barattare i confini della città con gli oriz¬zonti del vasto mondo, Ignazio Apolloni è un personaggio che vale la pena cono¬scere. Di lui ha scritto Aldo Gerbino, sul monumentale compendio della storia del¬la letteratura siciliana; Anna Maria Ruta lo definisce «leggero e curioso, con uno sviscerato bisogno di affabulazione»; Flo¬ra Di Legami lo vede come un ingegne¬re dello stile, che rovescia, destruttura, reinventa. Negli anni ha saputo trovare una distan¬za dai circoli virtuosi, fertile e laboriosa: tra le sue proverbiali incapacità c’è an¬che la modestia, quindi delle due l’una: o irrita o conquista. È un “patafisico”: let¬teralmente, uno scienziato delle soluzio¬ni immaginarie. Perseguire la dottrina, in un mondo di ragionieri, non deve essere facile. Si sta precari sulla fune, ma la visuale è impareggiabile.
Federica Certa